Siamo tutti Maria Grazia Mazzola. Un paese in cui libertà di stampa e diritto di cronaca sono minacciati dalle mafie è malato.

Siamo tutti e tutte Maria Grazia Mazzola. Un paese in cui la libertà di stampa e il diritto di cronaca sono minacciati dalle #mafie è un paese malato. Un #giornalismo sano, fatto di #verità e approfondimento, impedisce le corruzioni, frena la criminalità, sollecita l’attenzione della magistratura e impone la #buonapolitica.
#libertádistampa #dirittodicronaca #antimafia

Il 9 febbraio 2018 la giornalista Maria Grazia Mazzola veniva aggredita nel quartiere Libertà di Bari dalla boss Monica Laera, moglie del boss Lorenzo Calderola condannata in Cassazione per 416 bis, che le sferrava un cazzotto sulla guancia sinistra perché infastidita dalle domande che la giornalista le rivolgeva nell’ambito di un’inchiesta sulle baby gang e la criminalità in Puglia.

In particolare, Maria Grazia Mazzola poneva domande sul figlio, Ivan Caldarola, rinviato a giudizio per stupro nei confronti di una bambina di dodici anni.

Dopo il pugno in pieno viso, la Laera minacciava di morte la giornalista. Il tutto si svolgeva in strada, su suolo pubblico, e veniva ripreso da ben tre telecamere.

Nonostante l’evidenza dei fatti, la mafiosa Laera decise di querelare la giornalista Mazzola per diffamazione e molestie, tentando di stravolgere la dinamica dei fatti e passando da aggressore a vittima.

Finalmente, lo scorso 3 dicembre 2019, con la sentenza di archiviazione il Gip Giovanni Anglana ha reso giustizia, precisando che l’appartenenza di Laera e Caldarola alla criminalità organizzata di stampo mafioso, «è stata accertata giudizialmente» e il fatto che l’inviata del Tg1 l’abbia sottolineata in alcune circostanze, non è «una mera illazione della giornalista».

Inoltre a Bari, Maria Grazia Mazzola si era recata nel quartiere Libertà, qualificandosi come giornalista, per strada, nei pressi dell’abitazione di Laera e Caldarola, limitandosi a «chiedere informazioni circa la residenza di Caldarola e la vicenda giudiziaria che aveva interessato il figlio Ivan» (falsa l’accusa che la Mazzola aveva tentato di entrare nella casa privata della Laera, non rispettando il lutto per la morte della nonna).

La giornalista Maria Grazia Mazzola non diffamò pertanto la mafiosa Monica Laera ma esercitò il corretto esercizio del diritto – dovere di cronaca.

Intanto va avanti il processo penale sull’aggressione fisica subita da Mazzola. Nel novembre 2018 la Procura di Bari ha chiuso le indagini preliminari, riconoscendo il carattere mafioso dell’aggressione subita dalla giornalista. La pm Lidia Giorgio della Direzione distrettuale antimafia di Bari ha contestato alla moglie del boss del quartiere Libertà il reato di aggressione con l’aggravante mafiosa nell’esercizio del controllo del territorio nel quartiere Libertà di Bari, lesioni e minacce di morte nei confronti della giornalista Maria Grazia Mazzola. La consuocera della mafiosa, Angela Ladisa, moglie del boss Pino Mercante, deve invece rispondere di oltraggio a pubblico ufficiale. La giornalista Maria Grazia Mazzola è rappresentata e difesa dall’avvocato Caterina Malavenda.

L’udienza preliminare si celebrerà il 16 gennaio 2020.

Associazione stampa romana ha dichiarato: «Attendiamo l’apertura del processo penale sull’aggressione fisica subita da Mazzola, nel quale l’Asr chiederà la costituzione di parte civile per ribadire il principio dell’intangibilità del giornalismo e del giornalismo d’inchiesta».

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